1863 Musée d’Orsay, Parigi Olio su tela, 130,5 x 190 cm
Il dipinto fu esposto nel 1865 al Salon, dove in circostanze normali sarebbe stato respinto, ma la giuria era diventata più malleabile in seguito al Salon des Refusés. La tela suscitò uno scandalo di dimensioni enormi, che condannò definitivamente Manet a una carriera in perenne lotta con i circoli ufficiali, bollato quale provocatore dedito all’insulto della morale borghese. Come già per Le déjeuner sur l’herbe, opera precedente in cui due allegri compari fanno un picnic con una donna nuda, l’artista interpreta due celebri fonti: La Venere di Urbino di Tiziano e La Maja Desnuda di Goya, trasgredendole in modo analogo. Manca nuovamente qualsiasi tipo di idealizzazione e non c’è, inoltre, alcuna possibilità di equivoco circa l’identità della protagonista: “ Ha il grave difetto di assomigliare a molte signorine che conoscete. E poi quella strana mania di dipingere diversamente dagli altri! Se almeno Manet avesse preso in prestito da Cabanel il piumino di cipria…” In tre sole righe Émile Zola coglieva il potenziale scandaloso di Olympia, soggetto tratto dalla “vita moderna”, senza alcun travestimento storico, reso in uno stile innovativo, che rifiutava le leziosità della pittura alla moda. Il parallelo con Cabanel è tanto più calzante, in quanto egli aveva trionfato nel 1853 con un sensuale nudo disteso, dal titolo La Nascita di Venere. Niente, invece, nel quadro di Manet lasciava a dubitare che si trattasse di una prostituta , dal nome Olympia all’epoca caratteristico tra le prostitute, alle pantofole da cortigiana, al nastrino di raso nero al collo della donna, tipico delle prostitute del tempo. La donna raffigurata è magra, contro la moda del tempo che preferiva una donna "in carne", considerata più attraente. Olympia, raffigurata in una posa classica, scioccò anche per il modo in cui il soggetto sembra guardare negli occhi l'osservatore (sguardo di sfida), mentre la cameriera di colore porge un mazzo di fiori da un presunto corteggiatore. Ma il motivo principale per cui il dipinto fece scalpore, era la rappresentazione di una donna sul "posto di lavoro" in quanto prostituta. Anche se la mano sinistra copre il pube, il riferimento al pudore e alla tradizionale virtù femminile è ironico. Il pittore dipinge la donna di colore per creare uno spazio più "normale" in quanto la presenza di una donna bianca,avrebbe conferito allo spazio una tonalità troppo "pulita,ideale". Sul lato destro in fondo al letto compare un gatto nero, che inevitabilmente si contrappone in modo alquanto malizioso al tipico cagnolino che accompagnava Venere. Alla fedeltà (in questo caso coniugale) rappresentata dal migliore amico dell’uomo viene contrapposto l’amore mercenario rappresentato dal gatto nero da sempre animale sinistro e negativo. Manet è poi ricorso ad una stesura cruda, costruendo l’opera sul contrasto, ritenuto brutale, delle zone chiare e scure, creando un’opera priva di profondità, mentre proprio i raffinatissimi accostamenti di tono e la sintesi plastica fanno dell’opera un capolavoro. |