Se i recenti accordi separati sottoscritti in Fiat -prima a Pomigliano e di seguito estesi in tutta la galassia del Gruppo- sono stati caratterizzati da una forte azione di pressione e di un vero e proprio ricatto psicologico verso i lavoratori, essi di fronte alla scelta tra l’accettare il peggioramento delle condizioni lavorative o perdere gli investimenti dunque il lavoro, l’accordo definito tra la Direzione e i Rappresentanti sindacali di Cisl e Uil con l’approvazione ed il sostegno della Segreteria Provinciale della Femca Cisl all’Arpa di Bra alla vigilia di Natale rischia persino di far impallidire per gravità quanto avvenuto in Fiat.
L’Arpa, denunciando la necessità di ridurre il costo del lavoro, minaccia di procedere alla
disdetta di tutti gli accordi aziendali sottoscritti negli anni, che ricordiamo, incidono per oltre
il 20% (500/600 euro al mese) sul salario complessivo medio percepito dai lavoratori, dichiarando però la propria disponibilità ad accontentarsi di limitare “solamente” ai giovani
nuovi assunti il taglio del salario, se ovviamente il sindacato si fosse reso disponibile a sottoscrivere l’accordo.
E così purtroppo è stato!
I delegati sindacali di Cisl e Uil sostenendo l’accordo hanno scelto di legittimare una delle più palesi azioni di discriminazione verso i nuovi assunti perpetrate non solo nella nostra provincia ma nell’intero panorama nazionale, con l’aggravante di scaricare l’onta di tale atto sui lavoratori già in forza, chiamandoli sotto scacco a suggellare l’accordo con un cinico quanto furbesco referendum.
Un accordo che in un solo colpo azzera una storia decennale di relazioni industriali avanzate, di ontrattazione, di conquiste e di dignità ed allo stesso tempo traccia un solco difficilmente colmabile di divisione generazionale, tra i vecchi e nuovi assunti, senza prevedere neanche uno straccio di impegno di stabilità per questi ultimi. Si poteva evitare una simile deriva? Noi pensiamo di si.
Intanto perché se il costo del lavoro ha fatto registrare un’anomala impennata, questo non può certamente essere imputato agli aumenti salariali nazionali ed aziendali erogati in questi anni, sempre abbondantemente più bassi dell’inflazione.
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